lunedì 12 novembre 2007

GUAI A NOI

Con la pacatezza, la determinazione e l’eleganza che messe insieme si chiamano “classe”, Ferruccio De Bortoli è arrivato con straordinaria potenza dritto al nostro cuore, che poi è il cuore del problema.
“Mai una verità, anche se scomoda, anche se odiosa, anche se sconveniente, sia taciuta” ha detto sabato mattina il direttore del Sole 24Ore in occasione della consegna del Premio cronisti lombardi 2007, intitolato a Guido Vergani.
De Bortoli è presidente della giuria del Premio.
Un monito tutto fuorché retorico, il suo.
Non le solite belle parole, insomma, per dire che quella dei cronisti è una specie protetta e sempre sotto tiro.
Prima di tutto, De Bortoli ha voluto fare autocritica. Un’autocritica sincera, non di circostanza.
La legge è chiara in tema di privacy e spesso i limiti che essa pone a tutela dei cittadini vengono sciaguratamente oltrepassati dai media.
Ma il direttore ha voluto guardaci in faccia, tutti, per spronarci. Per metterci in guardia contro un’abdicazione strisciante al nostro ruolo che il mestiere del cronista sta sempre più evidenziando.
Troppo spesso siamo costretti a tacere fatti e circostanze, soprattutto se riguardano i cosiddetti “potenti”. Troppo spesso, però, la censura parte da noi stessi, perché ormai è un male endemico, quasi nemmeno più doloroso, subdolo.
Il discorso vale per ogni livello dell’informazione, da quella globale, che viaggia su Internet e via satellite, a quella locale, paradossalmente ancor più preziosa nell’economia della vita quotidiana.
“Il silenzio dell’informazione è il primo sintomo, e il più grave, del declino di una società” ha aggiunto De Bortoli prima di chiamarci “valorosi colleghi”.
Quella sua ultima definizione, dai toni quasi epici, mi ha commosso. È stato il vero premio per me. Da qui in avanti, farò sempre il massimo perché sia un premio meritato.

0 commenti: