lunedì 17 dicembre 2007

MAQUANTOSONOFELICE?

Ne parla anche Luca De Biase nel suo blog oggi: quanto la felicità degli italiani, e il suo contrario, sono distanti dalle reali esigenze della gente?
Un’antica questione, il cui approfondimento rischia di portarci su terreni filosofici fin troppo ardui per noi. L’attualità del tema è ancor maggiore per me, proprio oggi, per questioni professionali. Uno dei servizi portanti del Tg odierno sarà dedicato alla classifica che Il Sole24Ore ha dedicato alla “qualità della vita” nelle province italiane.
Tra i vari indici analizzati, grande importanza è data al cosiddetto “sentiment”, ovvero al grado di percezione umana nei singoli ambiti che fanno la quotidianità della nostra vita.
In particolare, è il cosiddetto indice della felicità a fornire i dati più curiosi.
Premesso che indicizzare la felicità non dev’essere cosa affatto semplice, è singolare trovare tra le province più “tristi” d’Italia quelle di Varese, di Brescia, di Torino e di Piacenza, quest’ultima fanalino di coda della graduatoria.
Prendiamo Piacenza, un ottimo esempio di distacco tra probabile realtà oggettiva e percezione della stessa, ma anche della distanza che corre tra la percezione dei singoli problemi e il concetto più generale (e fatalmente vago) di felicità.
La città emiliana a confine con la Bassa lombarda registra una delle migliori posizioni in fatto di percezione di sicurezza: 16esima su 103; è 15esima, sempre in quanto “sentiment”, su servizi, ambiente e salute, è 27esima per come i suoi cittadini percepiscano un problema lavoro, è addirittura 13esima nella percezione del tenore di vita, in riferimento all’aumento dei prezzi, e, infine, è 30esima, lo ripeto, su 103, nella graduatoria finale del Sole che mette insieme tutti i dati, compresi i molti statistici e quindi oggettivi, complessivamente facenti parte della ricerca.
Insomma, sulla carta Piacenza è una provincia messa niente male.
Analoghi dati possono leggersi per quanto riguarda Torino, Varese e Brescia.
Perché, allora, viene da domandarsi, i piacentini si dichiarano gli italiani meno felici?
Se la felicità è data in gran parte dalla proiezione televisiva delle nostre aspettative (e credo sia in gran parte vero) delle due l’una: o i piacentini non guardano la tivù, oppure ne guardano troppa.
Probabilmente, nella loro, presunta, infelicità c’è dell’altro.
Sarà la nebbia abbondante, oppure una frustrazione atavica dovuta alla vicinanza, ma insieme all’esclusione, dalla Lombardia operosa e ricca?
Scherzi a parte, questi dati fanno riflettere sul concetto tanto caro a De Biase, intorno al quale anch’io credo che ruoti gran parte del nostro destino. Quando gli uomini del mondo industrializzato impareranno ad essere più felici, o quantomeno a riconoscere la felicità che spesso hanno senza saperlo? E se succederà, l’economia e il benessere rallenteranno o ci sarà un nuovo impulso verso il meglio?
L’economia delle cose semplici, quella del poco ma condiviso potrebbe essere la nuova frontiera. Un’economia in cui, forse, il gap clamoroso tra il posseduto (in senso lato) e il percepito potrebbe, finalmente, assottigliarsi.

4 commenti:

valentina orsucci ha detto...

a rischio (e con la certezza) di essere banale, l'infelicità, la depressione, il male di vivere, colpisce sempre i più benestanti.
Che quando devi pensare a come procurarti da mangiare, per certe cavolate non hai nemmeno il tempo di pensarci.
Si poi andrebbe approfondito questo indice e la metodologia, però non mi fa voglia :)

PMor ha detto...

In un mio recente viaggio in India mi sono intrippato in un acceso dibattito con un missionario indiano sulla reale natura dei loro sorrisi. Io ero convintissimo si trattasse di felicità, della consapevolezza di aver capito qualcosa che a noi occidentali sfuggiva. E invece no. Sbagliavo. E l'ho capito parlando con molti di loro. Quel che mi ha impressionato è che, cambiando Stato e passando in uno più ricco (uno degli ultimi Stati comunisti ancora esistenti al mondo) e confrontandomi sul tema delle libertà e della felicità la risposta era: Qui si sta meglio, siamo più felici, perché c'è il boom economico...
Resto scettico di fronte a una felicità costruita sui diagrammi dell'economia globale e non... come sempre - saggezza latina - in media stat virtus. Il progresso ha portato senz'altro più libertà, ma anche nuove schiavitù. Forse è proprio qui che noi occidentali industrializzati pecchiamo: nel costruirci da soli dorate nelle quali vivere. Sia chiaro: gabbie lussuose, sempre più dorate, ma pur sempre gabbie...Alla fine il mio amico Paolo di Rimini ha capito tutto: a lui basta una bella passeggiata in riva al mare per sentirsi felice...e a Piacenza il mare non passa ;)

Luisa L.G. ha detto...

Condivido solo in parte il tuo ragionamento.
Non è semplicemente che la felicità c’è e non sappiamo riconoscerla.
Non è solo riappropriandoci del gusto delle cose semplici che riusciremo a lenire questo senso di insoddisfazione perenne.
C’è di più.
Abbiamo puntato tutto, grazie anche al bombardamento mediatico, sul raggiungimento di indici più elevati di benessere economico ed abbiamo progressivamente abdicato alle nostre aspirazioni sociali, alle nostre libertà, ai nostri diritti, al nostro livello di democrazia e di civiltà, al nostro rapporto con le istituzioni.
Ed ora l’infelicità si tocca con mano e si misura in termini di relazioni perdute, di diritti calpestati, di disgregazione totale.
Allora è giusto recuperare il senso della misura e non disprezzare le fortune di cui possiamo godere ma mi rassicura quasi di più pensare che questo sia un momento di infelicità perché solo dalla metabolizzazione di questa mancanza di senso che si può partire per promuovere la ricerca di un progetto che sia umano e non solo economico.

Marco Migliavada ha detto...

La felicità è fortemente legata all'aspettativa, molto più che ai parametri economici.
Le aspettative vengono elaborate personalmente , ma sono molto condizionate dalla società dove si vive.
Credo che più ci si libera dai condizionamenti più si può essere felici.
Io oggi sono felice!