mercoledì 28 novembre 2007

MAQUALISONOLENOTIZIE?

Ieri mattina mi confrontavo con il mio amico/collega Stefano, con cui non parlo spesso, ma quando lo faccio imparo sempre qualcosa.
Entrambi, ieri l'altro, abbiamo seguito l'udienza del processo in Tribunale a Como che vede imputato l'ex parroco di Laglio, don Mauro Stefanoni, accusato del reato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino, ench'egli di Laglio.
Nel corso dell'udienza, in un clima tutt'altro che disteso, con accuse pesanti sia nei confronti dell'imputato, sia tra piemme e difesa, sono emersi tre aspetti che hanno, per quanto abbiamo percepito, caratterizzato il processo.
Il primo deriva dalle testimonianze di alcuni parrocchiani di Ponte Tresa (dove don Mauro era stato vicario prima di diventare parroco a Laglio) preoccupati per alcuni atteggiamenti definiti dagli stessi "troppo confidenziali" tra il prete e un ragazzo del paese sul lago di Varese (non la presunta vittima degli abusi) .
Il secondo aspetto emerso è relativo a presunte pressioni che proprio quel ragazzo avrebbe subito, secondo la sua stessa testimonianza resa ieri in aula, durante una prima audizione davanti a polizia e magistrati nel 2004. "Mi facevano dire ciò che andava a loro ed è capitato che mi deridessero", ha detto al Giudice il ragazzo che era stato chiamato a testimoniare proprio perché ritenuto dai magistrati qualcosa di più di un semplice amico del sacerdote.

Una terzo fatto, anche questo emerso dalla testimonianza dal ragazzo di Ponte Tresa, è il seguente. A un certo punto dell'inchiesta, don Mauro ha saputo, non si capisce come, di essere intercettato, tant'è che l'ha subito riferito al suo giovane amico.
In questo quadro, al di là dello sfondo "pruriginoso" in cui si colloca la vicenda, di penalmente rilevante, almeno per quanto concerne ciò che è stato dibattuto ieri, ci sono la presunta "pressione" nel corso dell'audizione del giovane testimone e la "fuga di notizie" a favore dell'imputato.
Detto ciò, torno al confronto avuto con Stefano. Insieme ci siamo fatti qualche domanda.
Qual era il titolo giusto nel nostro Tg, o sui giornali locali?
Qual era, insomma, la notizia?
I cronisti locali, ciascuno a modo proprio, hanno cercato di rendere noti tutte e tre le vicende emerse dalla lunga giornata in Tribunale. Nessuno di noi ha però fatto una scelta precisa, in netta controtendenza rispetto ai colleghi.

Nessuno ha scartato, ad esempio, il primo punto, quello che, nella linea accusatoria, tende ad acclarare la possibile omosessualità del prete, soffermandosi sugli unici fatti penalmente rilevanti emersi dalle varie testimonianze.

La risposta che ci siamo dati è sin troppo semplice: siamo giornalisti, non giudici.

Non è nostro compito fermarci al "penalmente rilevante", noi dobbiamo raccontare anche tutto il resto.
Una risposta che, però, non risolve la questione.

Fino a che punto è giusto che la gente sappia? Qual è il famoso limite del diritto di cronaca?

Ma, soprattutto, qual è il punto oltre il quale rispondiamo più al nostro ego (professionale e personale), piuttosto che al vero interesse generale?

In questo caso, poi, la faccenda è complicata. Trattandosi di un prete, responsabile, per altro, dell'organizzazione di oratori, è, probabilmente necessario anche rendere conto, al di là delle implicazioni penali, del suo operato all'interno di questi oratori, con relazioni personali controverse e tutto ciò che ne deriva. Operato, per altro, di dominio pubblico perché descritto all'interno di un'aula di Tribunale, in un processo a porte aperte. In questo modo, però, il rischio, o meglio la certezza, è di anticipare l'eventuale condanna dei giudici.

Perché sapere che don Mauro è stato accusato da alcuni suoi parrocchiani di avere "attenzioni particolari" nei confronti di un ragazzo può essere devastante quasi quanto un'eventuale condanna per gli abusi su un altro ragazzino. Insomma, per i cronisti, il rischio di sostituirsi ai magistrati nel metro di giudizio della gente è concreto. E c'è sempre.

Difficile trovare soluzioni valide per questa sorta di dilemma.
Forse interrogarsi ogni tanto sulle implicazioni di questo rischio è un modo ragionevolmente serio per far sì che quel metro di giudizio che instilliamo nella gente non sia qualcosa di troppo distante dalla realtà e dal buon senso.

venerdì 23 novembre 2007

AVRA' SENSO IL SENSO? BAH...

Avevo detto che ci avrei pensato, l'ho fatto. Non che ci veda molto più chiaro, ma proviamo a riallacciare il discorso sul senso del comunicare via blog.
Mentre scrivo, a dir la verità, mi viene un dubbio: servirà, poi, farsi tante domande sul "senso"?
Non sarebbe forse meglio scrivere (o non scrivere) e morta lì?
Bah, mi toccherà riflettere anche su questo.
L'altro giorno mi sembrava incontrovertibile un fatto: il sapere passa dalla Rete. Se non si hanno mezzi e capacità per dialogare nella Rete si è tagliati fuori. Dunque, dicevo, il sapere è ormai roba per tecnici, con buona pace degli umanisti.
Leggendo un post di Luca De Biase (La storia per progettare il futuro) ho ricevuto un nuovo spunto. Luca conclude il suo ragionamento dicendo che: per prevedere quello che succederà tra un certo numero di anni occorre ricostruire quello che è successo, considerando un numero doppio anni nel passato. E' un modo americano per dire che occorre una prospettiva storica per pensare il futuro. La storia è il primo elemento di riflessione nella progettazione. Credo che valga anche per il giornalismo dell'innovazione.
Avendo un cultura, o meglio, una formazione storica, mi sono trovato in sintonia con quanto difeso dall'ottimo De Biase e da chi lui stesso cita a sostegno della sua tesi.
Riflessione nella progettazione. Sono questi i due elementi basilari, indispensabili.
Non c'è tecnica che regga, se non è sostenuta da una solida base umanistica. Che non significa per forza cultura da liceo classico. E non è detto che questa base debba essere fatta di cultura nel senso tradizionale del termine (quella fatta sui libri di letteratura, di storia e di filosofia, per intenderci). Secondo me, giusto per fare un esempio, un bel pezzo del nostro sapere oggi sta nel conoscere le dinamiche della integrazione razziale. Basta leggere qualcosa sul blog Valelandia, senza andar lontano, per rendersi conto di ciò.
Una cosa è certa, insomma, cari i miei geni del Web 2.0, per progettare occorre riflettere. Ma riflettere su tutto. E nel "tutto" ci sono l'arte, la storia e il resto.
Ciò che mi conforta e che l'altra sera, dopo una pizza micidiale per il mio stomaco, ma assolutamente gradevole per ogni altra sua implicazione, ho avuto la netta sensazione che chi progetta riflette. E parecchio. E su tutto.
La mia amica Titti, che ha qualche anno più di me, ma frequenta un sacco di giovani, mi ha detto: "La generazione dei 30-40enni è la più sfigata (cazzo, ci sono in pieno ndr), se consideri, invece, quella dei 20-30enni vedrai che troverai molto di più".

Titti, mi sa che c'hai ragione anche 'stavolta.

giovedì 22 novembre 2007

UNA PIZZA DALLA CODA LUNGA

Meglio ridere intorno una pizza, o affidarsi alla Rete, protetti da quella sorta di "velo", riempiendola, a badilate, delle proprie emozioni, dei propri fatti e delle proprie aspirazioni?

Non sarà un dilemma, ma è una domanda, da quanto mi sembra di aver capito, che, sotto sotto, i pizza-blogger dell'altra sera si sono fatti.


Quasi stupiti, un po' tutti hanno concordato sulla riuscita della serata, sull'armonia che da subito è nata tra i componenti di questo strano gruppetto. Uno stupore, se ci si pensa un attimo, che stupisce a sua volta.


Insomma, la vita reale e quella "da blog" sono cose diverse?


Oppure sono due corsie della stessa strada?


La mia amica Luisa mi ha manifestato i suoi dubbi al riguardo. Anzi, i suoi timori.


Quali pericoli nasconde questo fatale sdoppiamento di personalità a cui tutti, partecipando alla dimensione telematica, siamo, di fatto, sottoposti? Sono pericoli concreti?


Questo mettere tutto in circolo, alla fine, dove porta?


Vabbé, ho buttato lì un po' di questioni.


Chissà se qualcuno raccoglierà il sasso.


Io, intanto, ci penso.


Promesso.








martedì 20 novembre 2007

IL SENSO DELL'ONDA

Lo diceva 150 anni fa un signore con una lunga barba, di nome Carlo: il potere è di chi detiene i mezzi di produzione.
Ieri sera qualcuno ha detto: "Sono tra i blog da cinque-sei anni. Da quando ho iniziato le cose sono cambiate molto, in meglio".

Ho pensato a quest'affermazione 'stanotte e mi sono alzato con un convincimento: finalmente ai giovani, alla "generazione x" stanno tornando in mano i mezzi produzione. Succede grazie al Web, soprattutto. Passa da lì, dalle loro testoline quasi sempre coperte da strani berretti o dal cappuccio di una felpa, il sapere. Passa più dai tecnici, come diceva sempre quel qualcuno, che dagli umanisti.

Forse il nostro compito, nostro inteso come si noi anziani (perché a 36 anni non sei anziano, sei decrepito), è proprio quello, legare il vecchio sapere a quello nuovo. Accudire il passaggio del sapere umanistico a quello tecnico. Una transizione cruciale, quella di questi anni.

Surfare sul sapere, ordina Baricco.

Ha ragione. Il problema, però, no sta soltanto nell'avere la tavola giusta, bisogna capire il senso dell'onda.

Da oggi si lavora per questo, cercare di capire il senso dell'onda.


lunedì 19 novembre 2007

LA NUOVA ERA

Certi post vanno buttati giù così, a caldo.

Io, a dire il vero, lo faccio a freddo, nel senso che sono appena sceso dalla moto che mi ha riportato a casa dopo la serata "pizza-blog" comasca. Credetemi, si gela.


Che dire. Ho scoperto un mondo. Un universo che, malgrado la mia curiosità e i miei tentativi di conoscerlo, non immaginavo così. Così grande. Così terribilmente efficace. Così devastante nella sua novità. Non è solo il fatto che io sia un neofita. Insomma, non è semplice "estasi del principiante". Certo, sarei stato ore ad ascoltare tutti quei discorsi, ma c'è dell'altro.


C'è molto altro nel gruppo di persone che ho conosciuto oggi.


C'è qualcosa che, dopo tanto tempo, ha riportato speranza nella mia esistenza. Non esagero e non sono ubriaco (ho bevuto Coca Light, ho i testimoni). Uscito dalla pizzeria in riva al lago, avevo su tutte una sensazione: la fiducia. Non tanto per quanto tecnicamente, ho realizzato, molti dei miei commensali sono in grado di fare. Quanto per ciò che sta dietro al loro fare. O meglio, ciò che sta sotto e, soprattutto, davanti.


Questo è il punto cruciale. Loro sono davvero proiettati. Non perché posseggono la padronanza della tecnologia, ma perché quella tecnologia è il loro mezzo per esistere e contare. Ciascuno a modo suo. Ed essere "proiettati", oggi, è forse la dote più rara e preziosa che una persona può avere.


Per adesso, grazie.


Ma non finisce qui.

lunedì 12 novembre 2007

GUAI A NOI

Con la pacatezza, la determinazione e l’eleganza che messe insieme si chiamano “classe”, Ferruccio De Bortoli è arrivato con straordinaria potenza dritto al nostro cuore, che poi è il cuore del problema.
“Mai una verità, anche se scomoda, anche se odiosa, anche se sconveniente, sia taciuta” ha detto sabato mattina il direttore del Sole 24Ore in occasione della consegna del Premio cronisti lombardi 2007, intitolato a Guido Vergani.
De Bortoli è presidente della giuria del Premio.
Un monito tutto fuorché retorico, il suo.
Non le solite belle parole, insomma, per dire che quella dei cronisti è una specie protetta e sempre sotto tiro.
Prima di tutto, De Bortoli ha voluto fare autocritica. Un’autocritica sincera, non di circostanza.
La legge è chiara in tema di privacy e spesso i limiti che essa pone a tutela dei cittadini vengono sciaguratamente oltrepassati dai media.
Ma il direttore ha voluto guardaci in faccia, tutti, per spronarci. Per metterci in guardia contro un’abdicazione strisciante al nostro ruolo che il mestiere del cronista sta sempre più evidenziando.
Troppo spesso siamo costretti a tacere fatti e circostanze, soprattutto se riguardano i cosiddetti “potenti”. Troppo spesso, però, la censura parte da noi stessi, perché ormai è un male endemico, quasi nemmeno più doloroso, subdolo.
Il discorso vale per ogni livello dell’informazione, da quella globale, che viaggia su Internet e via satellite, a quella locale, paradossalmente ancor più preziosa nell’economia della vita quotidiana.
“Il silenzio dell’informazione è il primo sintomo, e il più grave, del declino di una società” ha aggiunto De Bortoli prima di chiamarci “valorosi colleghi”.
Quella sua ultima definizione, dai toni quasi epici, mi ha commosso. È stato il vero premio per me. Da qui in avanti, farò sempre il massimo perché sia un premio meritato.