martedì 25 dicembre 2007

MAQUALISONOLENOTIZIE 3

Come la pensi sull’uso distorto delle intercettazioni ambientali e della loro spesso ingiusta pubblicazione l’ho detto chiaro nel post “Cronaca da una discarica”.
Credo che un paese civile non possa utilizzare il pubblico ludibrio quale strumento di “giustizia parallela” del tipo: se non ti posso condannare, almeno ti sputtano.
Quando dissi che le abitudini sessuali di Azouz Marzouk secondo me avevano poco a che vedere con l’accusa che l’ha portato in carcere, ero sincero. Non c’era attinenza, nemmeno indiretta, con il presunto reato commesso e non c’era rilevanza pubblica che giustificasse la pubblicazione delle parti a sfondo sessuale di quelle intercettazioni.
Detto ciò, quando sento qualcuno dire che i contenuti della telefonata tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi in tema di Rai, di fiction e di raccomandazioni sono soltanto fatti loro, e per questo non è stato giusto diffonderne i contenuti, sono convinto che sia in malafede, o non abbia capito un gran che della vicenda.
Per una serie di motivi.
Primo: i due protagonisti rivestono un ruolo pubblico e il contenuto della telefonata finito sulla stampa riguarda un loro colloquio nell’esercizio dei loro rispettivi ruoli.
Non sono Silvio e Agostino a scambiare due chiacchiere, ma il presidente Berlusconi e il direttore Saccà.
Saccà parla a Berlusconi nella veste di direttore generale di Rai-Fiction e si inchina al capo dell’opposizione, proprietario di tre reti tivù, in materia televisiva.
Berlusconi chiama Saccà per raccomandare “starlette” con cui corrompere senatori della maggioranza e chiedere la produzione di programmi graditi a un suo alleato, Umberto Bossi.
Insomma, i due mica han parlato dei rispettivi passatempi. Non han mica parlato del Milan o dei loro gusti femminili.
Tutt’altra cosa: si sono messi d’accordo per sfruttare a loro vantaggio le rispettive posizioni. Questo mi pare evidente.

Secondo: nell’inchiesta che vede Berlusconi indagato per corruzione nei confronti di alcuni senatori della Repubblica, Saccà entra a pieno titolo quale possibile fornitore di “benefit” funzionali alla presunta corruzione. Dunque, c’è anche un rilievo penale nella chiacchierata finita prima in rete e poi sui giornali.

Terzo: tornando alla valenza pubblica del ruolo dei due protagonisti di questa vicenda, mi pare francamente assurdo che ci si scandalizzi per la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e non per i loro contenuti. Capisco che qui entriamo in un campo minato, che rischia di farci scivolare sul terreno del moralismo, cosa che non intendo fare.
Ma dopo 13 anni di chiacchiere a vanvera sul conflitto di interessi, ancora dobbiamo stare a guardare il proprietario di uno dei due poli televisivi italiani esercitare un potere concreto e invasivo anche sul restante polo? Per di più facendolo dall’opposizione. Non bastava l'influenza che, carte alla mano, quando era Presidente del Consiglio, Berlusconi aveva su alti dirigenti e direttori di telegiornali della Rai.

Per concludere: un conto sono i fatti privati di Silvio e Agostino, effettivamente non pubblicabili se fossero davvero tali. Altro sono le misere pastette a mezzo Rai: un mezzo pubblico, che agli italiani costa il denaro sufficiente a dare loro il diritto di sapere come vengono prese le decisioni al suo interno. Tutte le decisioni. Anche quelle più squallide, quali sono quelle emerse dalle intercettazioni tanto contestate.

mercoledì 19 dicembre 2007

MAQUALISONOLENOTIZIE 2?

Vittorio Feltri dice che ad alcune testate giornalistiche "le notizie fanno schifo".
Un apparente controsenso per chi con le notizie ci lavora e nelle notizie trova la sua migliore e maggiore risorsa. Invece, un po' mi spiace dirlo, Feltri ha ragione.
Prendiamo la notizia del giorno, a Como.
Dopo mesi di polemiche sulla presenza di amianto nei detriti della Ticosa abbattuta (l'ex enorme tintostamperia che lascerà il posto a un nuovo quartiere fatto di case, uffici e servizi, per chi non lo sapesse) il sindaco di Como, Stefano Bruni è stato iscritto al registro degli indagati della Procura cittadina. La magistratura ipotizza i possibili reati di abuso d'ufficio e di violazione del Codice ambientale.

Premesso che l'iscrizione al registro degli indagati non significa, nemmeno lontanamente, un indizio di colpevolezza, vorrei portare l'attenzione sulla visibilità che la stessa, identica notizia ha avuto sui media locali.


Vetrina n°1 - La televisione locale Espansione Tv, presso cui lavoro, ha confezionato un servizio che nella scaletta Tg è andato in onda al punto n° 5, in coda, nell'ordine, a una ripresa dell'omicidio di Tavernola, a un servizio sulla condanna di un ex sacrestano che ha ferito un ragazzo due anni fa, a un pastone sul caos e il traffico natalizi, a una considerazione sul gap tra percezione del reale e reale stesso nella qualità della vita.
Dopo questi tre servizi, circa sei minuti di telegiornale, ecco la notizia del sindaco indagato. Nessun titolo è stato dedicato al fatto.

Vetrina n° 2 - Il principale quotidiano comasco "La Provincia" ha aperto il giornale di oggi (ovvero ha fatto il titolo di testata della prima pagina) con il titolo : "Ticosa, avviso di garanzia al sindaco". Titolo finito anche sulle locandine all'esterno delle edicole.
Alla notizia, poi, ha dedicato una pagina (la 17 pagina dispari, quindi più letta), con le reazioni dell'opposizione e, ovviamente, la posizione del sindaco.

Vetrina n° 3 - L'altro quotidiano locale, "Il Corriere di Como", ha incastonato la notizia un box a pagina 4 (pagina pari, meno letta) , sotto un'apertura che titola: "Sicurezza, i sindaci si difendono: tutta colpa del governo".
Nel pezzo si dà conto dell'iscrizione al registro degli indagati del sindaco, riprendendo pari pari quanto andato in onda nel Tg della sera prima su EspansioneTv. In prima pagina, invece, la notizia è finita in un modulo di quelli con cui si indicano, solitamente, i fatti meno importanti all'interno del giornale.


Tre modi diversi per dare la stessa notizia.
Tre modi per evidenziare, o fare l'esatto contrario, un fatto.
Lascio a chi legge possibili interpretazioni.



lunedì 17 dicembre 2007

MAQUANTOSONOFELICE?

Ne parla anche Luca De Biase nel suo blog oggi: quanto la felicità degli italiani, e il suo contrario, sono distanti dalle reali esigenze della gente?
Un’antica questione, il cui approfondimento rischia di portarci su terreni filosofici fin troppo ardui per noi. L’attualità del tema è ancor maggiore per me, proprio oggi, per questioni professionali. Uno dei servizi portanti del Tg odierno sarà dedicato alla classifica che Il Sole24Ore ha dedicato alla “qualità della vita” nelle province italiane.
Tra i vari indici analizzati, grande importanza è data al cosiddetto “sentiment”, ovvero al grado di percezione umana nei singoli ambiti che fanno la quotidianità della nostra vita.
In particolare, è il cosiddetto indice della felicità a fornire i dati più curiosi.
Premesso che indicizzare la felicità non dev’essere cosa affatto semplice, è singolare trovare tra le province più “tristi” d’Italia quelle di Varese, di Brescia, di Torino e di Piacenza, quest’ultima fanalino di coda della graduatoria.
Prendiamo Piacenza, un ottimo esempio di distacco tra probabile realtà oggettiva e percezione della stessa, ma anche della distanza che corre tra la percezione dei singoli problemi e il concetto più generale (e fatalmente vago) di felicità.
La città emiliana a confine con la Bassa lombarda registra una delle migliori posizioni in fatto di percezione di sicurezza: 16esima su 103; è 15esima, sempre in quanto “sentiment”, su servizi, ambiente e salute, è 27esima per come i suoi cittadini percepiscano un problema lavoro, è addirittura 13esima nella percezione del tenore di vita, in riferimento all’aumento dei prezzi, e, infine, è 30esima, lo ripeto, su 103, nella graduatoria finale del Sole che mette insieme tutti i dati, compresi i molti statistici e quindi oggettivi, complessivamente facenti parte della ricerca.
Insomma, sulla carta Piacenza è una provincia messa niente male.
Analoghi dati possono leggersi per quanto riguarda Torino, Varese e Brescia.
Perché, allora, viene da domandarsi, i piacentini si dichiarano gli italiani meno felici?
Se la felicità è data in gran parte dalla proiezione televisiva delle nostre aspettative (e credo sia in gran parte vero) delle due l’una: o i piacentini non guardano la tivù, oppure ne guardano troppa.
Probabilmente, nella loro, presunta, infelicità c’è dell’altro.
Sarà la nebbia abbondante, oppure una frustrazione atavica dovuta alla vicinanza, ma insieme all’esclusione, dalla Lombardia operosa e ricca?
Scherzi a parte, questi dati fanno riflettere sul concetto tanto caro a De Biase, intorno al quale anch’io credo che ruoti gran parte del nostro destino. Quando gli uomini del mondo industrializzato impareranno ad essere più felici, o quantomeno a riconoscere la felicità che spesso hanno senza saperlo? E se succederà, l’economia e il benessere rallenteranno o ci sarà un nuovo impulso verso il meglio?
L’economia delle cose semplici, quella del poco ma condiviso potrebbe essere la nuova frontiera. Un’economia in cui, forse, il gap clamoroso tra il posseduto (in senso lato) e il percepito potrebbe, finalmente, assottigliarsi.

venerdì 14 dicembre 2007

IL POTERE DEI PICCOLI

Faccio il cronista da una decina d'anni. Da sette o otto mi occupo principalmente di politica e pubblica amministrazione.
L'altro giorno ho realizzato un dato agghiacciante. Una cosa che ho sempre avuto sotto il naso, a dire il vero, e che spesso il naso me l'ha fatto arricciare, ma che non mi era mai parsa tanto evidente e devastante.
Vi dico di che si tratta: coloro che detengono il potere, quasi sempre politici o burocrati di vario stampo da me frequentati per motivi professionali, sono generalmente propensi alla disonestà intellettuale.
La menzogna è ormai divenuta la regola. La piccola grande truffa, l'escamotage, la furbata, l'opportunismo più bieco non sono affatto fenomeni isolati negli ambienti che frequento da quasi un decennio. Anzi, la tendenza a queste abitudini è sempre più marcata. E più sai mentire, più fai carriera. Più sai scaricare su altri le tue responsabilità, più lunga sarà la tua vita nella bolla del potere.
Cosa comporta tutto ciò? Credetemi, non è affare loro.
Non ci pensano nemmeno al dopo.
Non voglio passare per un qualunquista. Proprio contro il qualunquismo, che reputo uno dei mali più gravi da cui la nostra società è divorata, voglio scrivere questa cosa. Nessuna crociata. E nemmeno moralismo, ché non è roba mia.
La mia è una semplice testimonianza diretta. Fatene ciò che volete, credetemi, oppure no. Ma sappiatelo: siamo nella merda, in senso letterale. Completamente immersi.
Dando una forma a questo desolante scenario, mi siete venuti in mente voi, che state nella rete e che nella rete state riversando una quantità tale di buoni valori e buone idee da lasciarmi, ancora oggi, quotidianamente stupito.
Che la via d'uscita dalla Tv malata possa essere la rete (De Biase non ci tradire) sono personalmente persuaso, malgrado le non rare fasi di scoramento.
E che in questo nuovo modo di far circolare le idee vi sia la "salvezza", per il momento mi limito a sperarlo. Forse ho una visione un po' troppo romantica dell'Idea e del mezzo con cui la vedo viaggiare e crescere meglio. Ma è la mia ancora, altrimenti verrei trascinato via.
Perché siamo arrivati a questo punto? E, soprattutto, siamo ancora in tempo per invertire la rotta, o quantomeno per correggere il tiro?
Faccio un lavoro che mi obbliga ad avere fiducia.
Da quella pesantissima pizza di qualche tempo fa, i dubbi non sono diminuiti, ma la mia forza è aumentata oltre ogni previsione.

martedì 4 dicembre 2007

CRONACA DA UNA DISCARICA

Facciano quel che credono, lorsignori giudici, tanto ormai Azouz è bello che sputtanato.
Ora, il problema è sempre quello. Ma non c'è proprio alternativa?
Voglio dire, la sentenza è già scritta alla grande.
Non quella relativa all'accusa di spaccio di stupefacenti, ma quella, ben più pesante e inappellabile, che, intercettazioni alla mano, consegna ai posteri il dettaglio delle "immoralità" inanellate dal tunisino più noto d'Italia.
Se poi Azouz Marzouk è davvero uno spacciatore, chissenefrega. Chissenefrega davvero. Non conta più.
Il fatto è che "certe cose", soprattutto dopo che gli avevano macellato la famiglia, non doveva farle.
Capiamoci, non sono certo qui a difendere Marzouk, che di fiducia me ne ha sempre trasmessa poca. Ma la piega mediatica mi preoccupa e mi confonde.
Un conto è il piano penale, come ho già avuto modo di dire in passato, altro è quello morale.
Il giornalista dovrebbe avere il dovere di occuparsi del secondo, a mio modo di vedere, soltanto se la persona coinvolta ha una veste pubblica. E non basta essere un personaggio pubblico (Azouz lo è diventato a tutti gli effetti) per rivestire un ruolo pubblico.
L'ex parroco di Laglio, per fare un esempio, con il suo ruolo di gestore di oratori ha una veste pubblica in cui anche la condotta morale può avere rilevanza giornalistica.
Non certo Azouz, che se ha scelto di fare il vedovo in maniera quantomeno discutibile sono solo fatti suoi, fino a quando non commette un crimine. Qui il crimine probabilmente c'è stato, ma insieme con quello sui giornali è finito anche tutto il marcio che a quel crimine era vicino, ma non strettamente legato.
Ecco perché trovo ingiusto aver pubblicato i dettagli più scabrosi contenuti nelle intercettazioni ambientali svolte su di lui, senza che questi aggiungessero o togliessero nulla a quello che doveva essere l'unico riferimento per i cronisti, l'inchiesta penale della Procura di Como.
Doppiamente ingiusto: per Marzouk, che è stato sputtanato al di là delle sue presunte responsabilità penali, e per le famiglie toccate dalle sue malefatte, umiliate, anche pubblicamente, dal resoconto scandalistico di una condotta a dir poco avvilente.

sabato 1 dicembre 2007

MORTE AI SUV, POTERE AL POPOLO


"E' un provvedimento ideologico" sentenziava ieri un mio collega circa la decisione del sindaco di Brunate, Darko Pandakovic, di vietare ai Suv il transito sulle stradine del paesello sopra Como.

"Ideologico in che senso?", gli ho chiesto io, ricordandogli che il Pandakovic comanda a Brunate sotte le insegne di Forza Italia. Cioè, se il primo cittadino sta difendendo un'ideologia, di quale si tratta? Non sapevo che Berlusconi odiasse i gipponi!
Il fotografo che era con il collega si è premurato di rivelarmi un retroscena scabroso: "Guarda che Pandakovic - mi ha detto quasi sottovoce a sostegno dell'ipotesi ideologica - in privato si professa di estrema sinistra!"
Caspita, ho pensato. (Vabbè, l'esclamazione era un'altra).
Uno stalinista è riuscito a fregare tutti i brunatesi che, convinti di eleggere un paladino della libertà, si sono messi alla guida un trinariciuto.
Al di là delle battute, ho voluto raccontare questo episodio per ribadire una cosa semplice: diffidate dai cronisti che sembrano avere la verità in tasca. Quasi sempre quella verità è un mero pregiudizio. E col pregiudizio si può far tutto, tranne che raccontare le storie della vita. Che, poi, è il nostro lavoro.


P.S. A me, che non sono di Forza Italia, comunque, l'idea di "segare" i Suv sembra un po' demagogica.