lunedì 8 ottobre 2012

Il giornalista diffama deliberatamente? Semplice, cambi mestiere


Immagine tratta da Controcampus.it

Mentre i nostri parlamentari ci stanno ragionando sopra (c’è da avere i brividi al solo pensiero) la questione Sallusti resta aperta.
Premesso che grazie al cielo il direttore de Il Giornale (non ho capito se Sandro si è dimesso, se si è dimesso a salve, o se c’ha ripensato) difficilmente finirà in galera (dopo la confessione tardiva di Farina potrebbero aprirsi le porte per la revisione del processo), resta sul piatto il vero, almeno secondo me, nodo della questione: è giusto che un giornalista che incappi nel reato di diffamazione rischi il carcere?
Come ho scritto nel recente passato, secondo me no. La prigione è una pena che considero eccessiva. In assoluto.
Detto ciò, sarebbe sbagliato ignorare i sacrosanti diritti di chi si trova ad essere diffamato.
Ora, c’è modo e modo e modo per diffamare una persona.
Intanto, va distinto il reato colposo da quello doloso.
Se viene pubblicata una notizia falsa e lesiva della reputazione altrui, generalmente, a meno di evidenti elementi che dicano il contrario, siamo nel campo della colpa, non del dolo. Dell’errore, per capirci. Non dell’attentato.
In questi casi, il minimo che un giornale dovrebbe fare sarebbe la cosiddetta rettifica. Rettifica, come già oggi è contemplato, che dovrebbe avere lo stesso risalto della notizia diffamatoria.
Uso i condizionali perché, oggettivamente, non sempre ciò avviene. Il caso Sallusti testimonia quanto dico: se Libero, come altre testate hanno fatto, avesse rettificato la notizia falsa data in prima battuta e da cui è derivato il delirante commento di Betulla-Farina sotto pseudonimo, la denuncia per diffamazione non sarebbe nemmeno partita.
Nel caso di reiterata mancata rettifica, la diffamazione si trasforma automaticamente da colposa a dolosa.
Come sarebbe doloso un articolo, per fare un altro esempio inequivocabile, in cui si afferma che Tizio è pedofilo senza averne la benché minima prova.
Ecco, in questi casi estremi, il tema della pena per il giornalista, o il giornale, diffamatore cambia aspetto.
Che fare, quindi, in simili circostanze? È sufficiente comminare multe anche salatissime alle testate e ai giornalisti responsabili del misfatto?
Intanto, va detto che le multe salate non piacciono a nessuno. Non esiste editore che possa permettersi di infischiarsi dei risarcimenti dovuti a terzi. È vero che in questo modo le piccole testate sono e saranno oggettivamente meno libere di quelle maggiori, dalle spalle più larghe e provviste, spesso, di uffici legali interni impiegati a tempo pieno sulle cause legali. Ma è altrettanto vero che la spada di Damocle della galera toglie libertà di espressione indistintamente a tutti: grandi e piccoli.
Cosa fare, dunque?
A mio modo di vedere la soluzione estrema, per diffamazioni estreme, tipo l’esempio del pedofilo appena fatto, dovrebbe prevedere la radiazione dalla professione. Una radiazione vera, però, non alla “Farina-Betulla” per capirci.
Uno dirà: ma è illiberale vietare a una persona di scrivere. Vero. Ma nella pena è insita uno quota di illiberalità. Non esisterebbero le carceri altrimenti. La famosa e tanto rivendicata certezza della pena dovrebbe essere una realtà anche per i giornalisti.
Un giornalista radiato potrebbe continuare a esprimere le proprie opinioni, ad esempio, aprendo un blog, come questo. Nessuno potrebbe vietarglielo.  
Insieme con la radiazione del giornalista dovrebbe però essere prevista anche l’eventuale sospensione della pubblicazione della testata. Altra soluzione profondamente illiberale, lo ammetto, ma probabilmente necessaria in caso di diffamazione reiterata e aggravata.
Torno all’esempio limite: se Tizio si trova scritto in un bel titolone di giornale di essere pedofilo e non lo è, chiede una giusta rettifica che, però, non viene fatta, sarebbe giusto sospendere la pubblicazione di quel giornale.
L’unica minaccia che editori, direttori e giornalisti potrebbero ascoltare sarebbe questa: il divieto di uscire in edicola, con conseguenti danni sia economici sia di immagine.
Non vedo molte altre alternative, francamente, per casi di diffamazione grave.
Per la maggior parte dei casi, invece, quasi sempre attinenti la sfera del reato colposo (dell’errore), la sede civile dovrebbe essere l’unica adatta a dirimere le questioni, magari attraverso l’utilizzo di meccanismi più snelli rispetto alle attuali estenuanti dinamiche della giustizia, quali arbitrati o simili.





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