sabato 27 ottobre 2012

Lucini, le paratie e i suoi "carnefici"





Non sarà facile per il sindaco Lucini tirarsi fuori dal pantano delle paratie. Se, poi, pensa di andare avanti così, non farà altro che complicarsi la vita.
Brutalizzando un po’ la complicatissima questione, Lucini vorrebbe fare marcia indietro sul progetto, realizzando il secondo e il terzo lotto in maniera differente e meno “invasiva” da come erano stati pensati dall’amministrazione Bruni, o meglio, da Fulvio Caradonna.
Tecnicamente, cambiare in corsa la filosofia complessiva di un’opera così imponente non è cosa semplice. Non so neanche se sia possibile. Se a ciò aggiungiamo il fatto che il primo lotto, tra muri eretti e poi abbattuti, scalinate di granito che sprofondano nel lago, contestazioni reciproche tra Comune e ditta esecutrice dei lavori (Sacaim), non è stato ancora portato a termine, capiamo bene che la patata nelle mani del sindaco è di quelle roventi.
Il fatto è che Lucini resta sospeso, anche suo malgrado, tra un passato devastante (i cui frutti abbiamo sotto gli occhi) e un futuro troppo incerto.
Il paradosso principale di tutta questa vicenda sta nel fatto che per uscire dalle secche Lucini si sta appoggiando sui due dirigenti comunali che, con responsabilità diverse, hanno gestito il cantiere a lago fino ad oggi. Parlo degli ingegneri Viola e Ferro, rispettivamente Direttore dei lavori e Responsabile del procedimento dell’opera di cui stiamo parlando.
Ora, con tutta la buona volontà, è assai improbabile che siano proprio gli stessi Viola e Ferro, coloro che hanno sposato e gestito il progetto esistente (modificato da due grosse perizie di variante), a innestare la retromarcia per demolire quanto pensato, voluto e fatto sin qui sotto la loro supervisione.
La cosa è anche relativamente comprensibile. Se i due tecnici hanno proseguito in questi anni lungo una direzione ben chiara, avranno avuto i loro buoni motivi. Motivi che, evidentemente, non è detto che debbano essere venuti meno solo perché nel frattempo è cambiato il sindaco.
Insomma, Lucini è nelle mani dei suoi stessi “carnefici”, per usare una metafora, e dovrebbe chiedere loro non solo di pentirsi ma, addirittura, di aiutarlo a liberarsi del loro giogo.
Francamente, mi pare altamente improbabile che ciò accada.
Il problema è che la condotta sin qui seguita ha ridotto il lungolago a una cosa pietosa. È un dato di fatto.
Consapevole di questo paradosso, Lucini sta tentando la carta della paura. Una carta, a mio modo di vedere, sbagliata. Sta cercando di dimostrare che il progetto debba essere modificato soprattutto in quanto dannoso per la tenuta complessiva della riva, con evidente pericolo per la sede stradale e per il palazzi che danno sul lungolago.
Per far ciò ha dato incarico ad alcuni geologi dell’Università dell’Insubria di esaminare la questione. I primi risultati sono arrivati a spizzichi e bocconi, e ancora una volta Lucini ha dimostrato evidenti limiti in fatto di comunicazione. Prima ha lasciato filtrare l’indiscrezione che il lungolago, nel tratto dai Giardini di ponente a piazza Cavour, sarebbe sprofondato di ben 4 centimetri negli ultimi due anni, a causa, appunto, della realizzazione del primo lotto delle paratie, poi ha confermato in maniera un po’ confusa la notizia, senza mai, però, esibire i documenti che attestino il nesso tra il cantiere e il cedimento rilevato dal satellite. Satellite utilizzato dai ricercatori dell’Insubria per analizzare la situazione.
Morale: non è ancora possibile sapere con certezza se il cedimento sia realmente dell’entità di cui si è parlato, se riguardi la sola sede stradale oppure anche i palazzi, e se dipenda dalle opere sin qui realizzate. Pare sia così, ma non vi sono, al momento, certezze.
Un pasticcio, insomma. Pasticcio simile ad altri episodi, in cui l’amministrazione in carica, sempre per un difetto di comunicazione e di chiarezza, è riuscita spesso nell’impresa di complicarsi maledettamente la vita.

Come se ne esce? Bella domanda. A quanto pare, la Regione Lombardia, giocando di sponda, sta facendo orecchie di mercante su una serie di richieste avanzate dallo stesso Lucini. Intanto, rifiuta di pagare i 2,8 milioni di euro che Sacaim rivendica per una serie di contestazioni (tecnicamente si chiamano riserve) mosse in fase di realizzazione delle opere. Trattandosi di una somma definita in sede di arbitrato (Sacaim ne chiedeva sette di milioni di euro) e derivante sostanzialmente da carenze colmate in corso d’opera dalla stessa impresa, la Regione dovrebbe mettere mano al portafogli, saldare il debito e chiudere la questione. Invece, non lo fa.
Ma da Milano pare non siano per nulla d’accordo nemmeno sulla revisione del progetto secondo l’idea che ha in mente Lucini, il quale ha chiesto di riconsiderare anche la quota minima garantita contro eventuali esondazioni, abbassandola rispetto alle ipotesi iniziali che la fissavano in cm 200.30 sullo zero idrometrico. Anche su questo punto, tra sindaco e Regione è scontro totale.

E qui torniamo al punto di partenza: chi dovrebbe fare il possibile per convincere funzionari e dirigenti regionali della necessità di invertire la rotta sono gli stessi capitani che la nave l’hanno condotta sin qui, ovvero il duo Viola - Ferro. Paradossale, appunto.
Per questo, credo che il problemaccio possa essere risolto soltanto con le armi della politica. Se pensa davvero di poter affrontare il braccio di ferro con meri argomenti tecnici, Lucini ha già perso in partenza. Anche perché il sindaco, evidentemente, è solo contro tutti.



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