sabato 1 dicembre 2012

Torno un attimo per dire una cosa a Sandro

Sandro Sallusti (foto Lapresse.it)


In queste ore il mio ex direttore, Sandro Sallusti, è agli arresti domiciliari nella residenza di Daniela Santanché e sarà processato a breve per evasione dagli stessi.
Credo che la sua vicenda la conosciate tutti. Io stesso ne ho parlato su questo blog qualche post fa.
Il mio giudizio sull’intera questione non è cambiato.
In sintesi, credo che da parte di Sallusti ci siano stati evidenti errori, ma resto convinto che lo strumento detentivo sia sproporzionato alle sue colpe. Una sproporzione in senso ampio, che colpisce lui ma anche una professione che maneggia materiale delicato quali idee, opinioni e parole.
Ho conosciuto Sandro Sallusti quattro anni fa. Con lui e una bella squadretta di amici e colleghi ho avuto l’onore di mettere in piedi la breve ma intensa avventura giornalistica del quotidiano locale L’Ordine. Pochi mesi fianco a fianco con Sallusti mi hanno dato, professionalmente, più dei precedenti dieci anni di onorato servizio a Espansione Tv. E quando dico professionalmente parlo di abilità nel “pescare” e valorizzare la notizia, parlo di correttezza assoluta, parlo di autentica libertà editoriale (Sandro de L’Ordine è stato direttore prima di me ed è rimasto editore fino al giorno della chiusura del giornale nel giugno 2012). Una libertà, malgrado la dichiarata e trasparente faziosità del nostro foglio, che altrove ho faticato a trovare e a vedere.
Insomma, Sallusti, il Sallusti de L’Ordine, mi ha insegnato il mestiere.
Il Sallusti de Il Giornale non sempre, o meglio raramente, ha incontrato il mio favore. Dal caso Boffo in avanti, molte cose accadute sotto la sua direzione non mi sono piaciute.
Ma, vi parrà paradossale, il Sallusti editore de L’Ordine, dunque mio diretto datore di lavoro, non ha mai cambiato di una virgola il suo atteggiamento verso di me, concedendomi sempre la totale libertà di gestione del piccolo quotidiano e, casomai, lasciandomene sempre di più.
La regola di Sandro (direttore ed editore) era semplice: scriviamo sempre tutto ciò di cui siamo a conoscenza. Senza guardare in faccia a nessuno. E questa regola, nel faziosissimo Ordine, è sempre stata rispettata appieno.
Saperlo, oggi, nelle condizioni in cui si trova, umanamente mi angoscia e professionalmente mi avvilisce.
Ha scritto bene su Facebook il mio ex collaboratore de L’Ordine, Mario Taccone: “Forse il vero scandalo si annida tra due retoriche, uguali ed opposte. Tra il furore forcaiolo e il vittimismo strumentale. E' solo senza parlare di polizie giudiziarie e bavagli liberticidi che si può capire il colpo enorme inferto oggi al giornalismo italiano”.
La condotta post condanna di Sandro rientra in quella parte di linea politico-giornalistica che non può essere la mia.
Le retoriche “uguali e opposte” di cui parla Taccone sono il male che ha attanagliato il nostro claudicante Paese negli ultimi 25 anni. Al tramonto della guerra fredda, abbiamo avuto il genio di fabbricarcene una tutta nostra, ergendo muri interni che altri, nel frattempo, abbattevano.
Le colpe di tale marchiano errore vanno ovviamente suddivise tra più parti, e una di queste, forse la più importante, è rappresentata da Silvio Berlusconi, di cui Sandro è diventato novello ed energico sostenitore.
Credo che Sandro in tutta questa assurda vicenda, al di là di un possibile calcolo giornalistico, abbia deciso di non sollevare il piede dall’acceleratore per una serie di motivi: perché credeva davvero che il proprio caso avrebbe potuto portare a una riforma sulla legge che regola la stampa, perché è sinceramente convinto di essere vittima di un sopruso e perché è fondamentalmente un testone.
Ciò che probabilmente sta sottovalutando sono le conseguenze personali di una simile condotta, ma anche questo è tipico di Sandro Sallusti, il quale è un generoso e non conosce il significato della parola risparmiarsi.
Questa cosa, per me che gli voglio bene, è molto preoccupante.
Continuare a tirare la corda in questa assurda retorica della contrapposizione che non serve a nessuno. L’hai visto anche tu, Sandro: non serve ai politici, toppo ottusi o manigoldi per affrontare seriamente la questione. Non serve alla categoria dei giornalisti, che hai voluto dividere ancora una volta in fronti opposti. Non serve, infine, a te, che hai già dimostrato ampiamente di avere numeri e attributi: doti che ami, incomprensibilmente, sacrificare alla tua cocciutaggine.


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